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Pata(ta)negra

Va di moda, ultimamente, un salume iberico che onor del vero pare di grande qualità ed eccellente sostituto dei salumi nostrani.  Premetto che il mio nazionalismo in fatto di cibo è al li là di ogni sospetto e che raramente includo nella mia food list prodotti stranieri.  Sono propenso a fare una piccola eccezione con il  “jamón ibérico de bellota”.

In effetti questo salume  ha un suo perchè. Cura maniacale del prodotto fin dalla macellazione delle bestie per proseguire alla  lunghissima stagionatura. 

Il vino che lo deve accompagnare è un bianco friulano. Quale decidete voi. Un Felluga è consigliato.

E lodiamo quindi questo spagnolo atipico,  ma  senza esagerare.

Dalle mie parti si fanno salumi altrettanto gustosi e a prezzi decisamente più bassi anche di porco allevato a ghiande.  E non solo. Da suini di cinta senese a mailai bianchi allevati secondo natura e senza pomparli con anabolizzanti si ricavano prelibatezze uniche al mondo.

Ammetto però che PATANEGRA è un bel pronunicare e il successo  forse lo si deve anche al marketing e al brand del prodotto, che evoca in alcuni  immagini tutt’altro che consone, seppur attinenti, per gli appassionati di maialate scure.

le vacche (g)rosse

Ormai siamo a livello di leggenda metropolitana.

Esistono ancora e vivono tra noi ma sono poco più di 2000. Causa la massificazione della produzione del parmigiano reggiano attraverso la produzione di latte delle pezzate che ha preso il sopravvento da 40 anni.

Parlo delle mitiche vacche rosse razza reggiana.

Purtroppo  da  questi animali si ricava meno latte, quindi i contadini le hanno sostituite con bestie great milk dispenser.

Sta di fatto che se volete mangiare un parmigiano che sappia di parmigiano dovete cercare quei reduci che ancora seguono la tradizione del poco ma buono.

Ovvimente il prezzo non è lo stesso. La stagionatura non è la stessa  ma soprattutto mangiarlo non è lo stesso che mangiare un parmigiano semi-industriale.

Io conosco un paio di casari che ancora insistono pervicacemente nel voler creare un simile capolavoro.

E’ gente giovane e cazzuta per nulla attratta dalle logiche  del “ facciamo i soldi con la fanta che l’ è  cattiva ma tanta”.

Ora vi chiederete che cazzo c’entra il parmigiano con il vino, che vorrei ricordarlo, è l’unico argomento possibile del blog più political correct della blogosfera e al quale ci onoriamo di appartenere.

Come direbbe Rocco Siffredi…..c’entra c’entra.

Nessuno al mondo riesce ad abbinare un vino a questo formaggio.

Ci hanno provato poeti naviganti e sognatori.  Il risultato è sempre stato controverso.

Chi dice lambrusco chi malvasia secca, chi malvasia dolce (ma per piacere).

Gli eno-puzzoni ci bevono champagne (no comment).

Gli eno-critici un passito per contrastare il vigore della pasta granulosa.

Io, che modestamente di vino ci capisco fino alla lettura della retroetichetta, me ne sbatto los cocones degli abbinamenti e solitamente scelgo un vino che mi ingrifa in quel momento temporale.

Ma Io nonostante questo ho scoperto  The Best One.

L’unico vino al mondo in grado di accompagnare a tavola questo capolavoro emiliano.

E’  un moscato secco e  lo producono a Noto.

Un piccolo grande vino per un immenso grandioso  formaggio stagionato.

Disclaimers.

Come per il vino buono che sta nelle botti piccole anche per il latte vale lo stesso detto popolar nazionale: sta nelle tette piccole.

E questo principio delle piccole tette  vale anche per la bellezza femminile.  Vedere per credere.

Boicot big tits

Eno letture by Shameless

La rubrica che mancava su questo blog è finalmente arrivata. Consapevoli del livello culturale medio-alto dei nostri seguaci non possiamo esimerci dal fornire preziosi consigli sulle letture giuste per chi apprezza il vino e non i suoi derivati.

Cosicché oggi inauguriamo la prima e l’ultima di una serie di riflessioni eno-letterarie.

E’ purtroppo malsana tendenza corrente a considerare indispensabile l’approfondimento di un interesse, che dovrebbe rimanere gioioso, con ore perse a vagare nella prosa di eno-autori.

Costoro, se fossero solo ambiziosi scribacchini intenti a vaneggiare sull’amore, la guerra e la vecchiaia incombente, sarebbero immediatamente cestinati, che dico, “pattumierati”, da solerti editors. Trattando invece di vino i loro libelli vengono non solo pubblicati, ma persino comprati, addirittura letti.

Ci troviamo quindi invasi da libri imperdibili, storie bislacche, gialli mediocri che ruotano intorno all’ eno-mondo. Chi li scrive spesso ha bevuto tanto e questo si riflette nella prosa ondivagante come il passo di un ubriaco. Zeppi di refusi che sarebbero divertenti se a leggerli fosse un astemio, (tanto lui che ne sa?).Purtroppo li leggiamo noi che in qualche modo una vaga idea ce l’abbiamo e ci facciamo salire la malolattica trovando svarioni su luoghi, persone e vini.

Fin qui, pazienza, ma il peggio del peggio sono le autobiografie.

Ora, capisco e apprezzo che Napoleone, Winston Churchill o Charlie Chaplin abbiano lasciato ai posteri il racconto di come abbiano cambiato il mondo, vinto una guerra e perso le elezioni, consegnato capolavori alle future generazioni. Sono disposta a digerirmi centinaia di pagine a riguardo, tra l’altro scritte bene con tutti i segni d’interpunzione messi a modino.

Quando però si tratta di leggere le esperienze di soggetti che hanno raggiunto a malapena il quarto decennio di vita passata senza guerre mondiali, può prendere lo sconforto. Anche perché i signori autori non se la sbrigano in un’ottantina di paginette o poco più. Ci triturano i marroni per centinaia di fogli. Viaggi, visite, degustazioni, incontri con produttori, paesaggi al tramonto, dolci colline, mari di vigne, illuminazioni sulla via della cantina, tutto descritto nei minimi dettagli. Non c’è soluzione di continuità. Se a ciò si aggiunge la loro riflessione profonda sul senso della vita e della vite, che non si compie in una ventina di righe ma va avanti a puntate più lunghe di una Soap americana, viene da chiedersi “Perché sto qui e non a scolarmi la Riserva XXX cercando di dimenticare?”.

Il perché te lo dico io: sei un pirla ingenuo ed entusiasta, ma se ti sforzi ce la farai a regalare quel libro a qualcuno la cui amicizia non t’importa più di tanto. L’importante è non essere recidivo.

 

Concludo con un suggerimento da cui non mi posso esimere, perché un bel libro fa comunque bene alla vita. Ma deve essere, appunto, bello e godibile.

All’uopo consiglio “Le memorie di una cameriera” di Octave Mirbeau.

Anticipando i vostri interrogativi rispondo:

non c‘entra affatto col vino, ma con lo stile piccante di classe Endovinosa sì. Un livello leggermente superiore ad Histoire d’O, che è più esplicito ma più dozzinale.

I libri sono entrambi di autori francesi, non trattandosi di vino si può stare tranquilli.

 

 

 

Ognittanto mi diverto a fare il terzo grado ai colleghi di casa madre che vengono da queste parti.

Devo dire che sono abbastanza predisposti geneticamente ad essere presi per il culo. Ma sono simpatici, a volte troppo sarkoziani, ma tuttosommato non se la tirano oltremodo solo  perchè sono i  padroni del vascello.

L’altro giorno conversando di figa ( ovviamente)  e di formaggi italiani con uno di questi garcon benvestiti sono saltate fuori  cose inaudite.

a )  il tipo in questione mi confessa candidamente che il parmigiano è il suo formaggio preferito(e fin qui nulla di strano visto le mollicce e puzzolenti paste casearie che riescono a produrre i cugini).

b) sempre lui, che preciso essere francese da 24 generazioni, asserisce che lo champagne è un vino scadente e che preferisce i rossi come il bordeaux o il gutturnio – fermo –  di cui si è follemente innamorato.

facendo il finto tonto ho chiesto come mai un francese schifasse il peggior  vino francese che viene commercializzato come il miglior vino francese e che la Francia sponsorizza a fior di milionate in tutto il mondo perchè si venda come la Perrier l’altra bella ciofeca d’oltralpe.

La risposta è stata tanto ingenua quanto sincera: è un vino che non vale i soldi che spendi, che è fatto male, che frizza male,  che fa acidità di stomaco  e,  calandomi il carico da 11,  mi spiega che il prosecco  ”c’est  meilleur”.

avevo le  lacrime agli occhi.

finalmente il re è nudo.

e non solo il re,  anche la regina.

 

 

Conclusasi l’escursione geografica brasiliana, su questo blog ritorniamo alla pura e semplice scienza, consapevoli del nostro dovere di divulgatori.

Oggi spazieremo in campo endocrinologico, specificatamente ormonale. Prima di approfondire è necessaria una premessa:

-          Esistono ormoni maschili e femminili,  per facilitare li denomineremo Testosterone ed Estrogeni.

A questa premessa ne va aggiunta un’altra:

-          Il Testosterone ha in sé qualità sempre positive, legate all’inclinazione a combattere solo per vincere, potenza sessuale e dominio sugli altri.

-          Gli Estrogeni sono invece considerati negativi, legati a sbalzi d’umore, pretese assurde, mal di testa ciclici e precoce invecchiamento.

Fatta questa necessaria chiarifica, vediamo come tutto ciò può essere assimilabile al vino.

Naturalmente tutti voi avete sentito parlare del Brettanomyces, familiarmente chiamato Brett. Trattasi di un lievito che svolge una funzione importante nel processo di vinificazione. Fra le numerose conseguenze del suo lavoro c’è quella di influenzare gli aromi del vino. Poiché tutti sapete per lungo e per largo come questo avviene, salto tranquillamente e arrivo al punto.

Il Brett è il capro espiatorio di molte smarronate che avvengono in cantina. La colpa è sempre sua se il vino puzza di capra o cane bagnato, merdina poco nobile, straccio di pavimenti scolastici mai lavato.

Va bene, ma che c’entrano gli ormoni?

Un momento di pazienza.

Esiste una qualificata e professionale scuola di pensiero che sostiene di trovare positivo, caratterizzante e persino irresistibile la presenza di una certa quantità di Brett in alcuni vini di fama e di prezzo. La prova provata è l’acquisto, la bevuta ed il ri-acquisto da lustri di tali prodotti. Sono vini, premiati e osannati. Non solo, la prestazione ondivaga da bottiglia a bottiglia, invece di demotivare i fans, li eccita come in una roulette russa.  Giustamente gli ammiratori sfegatati trovano che quello che sarebbe un difetto in un vino modesto, in uno che presenta un ventaglio di sensazioni olfattive e gustative complesse aggiunge quel quid in più. Come un neo ben posizionato o un leggero strabismo femminile, l’importante è che la bocca sia carnosa e ben disegnata e gli occhi azzurri.

Sto arrivando agli ormoni, manca poco.

Infine, se tutte le altre motivazioni non fossero sufficienti, come scusante suprema dei sentori leggermente mefitici, viene presso citato un autore anonimo che sconsideratamente un giorno affermò in presenza di testimoni “Se l’omo è omo ha da puzza’!”.

E qui si tocca il Testosterone

Chi pronunciò quella frase infelice ne era provvisto.

Chi invece viaggia ad Estrogeni più o meno spinti nel suo intimo sa che “un omo è  un omo se  protegge, accudisce, coccola. Se si assume le sue responsabilità, se ti fa sentire una regina e non una mamma perpetua. Se si lava.”

Questa lunga e faticosa dissertazione si conclude con una postilla finale.

L’Homo Oenologicus Testosteronicus si lancia in guerreggiamenti verbali anche violenti quando si tocca l’argomento “Brett”. Contro i suoi pari non risparmia sciabolate riportando elenchi di vendemmie assaggiate e quantità di bottiglie consumate. Non si arrende se non al fischio conclusivo, a quel punto a braccetto con i suoi avversari si avvia verso gli spogliatoi, ricettacoli famosi per la quantità di Brett stanziale.

La Foemina Vinosa Estrogenica nel frattempo si è fatta la manicure, ha preso una pasticca per l’emicrania, è andata dal parrucchiere, ha comprato un completino intimo nuance pesca, ha messo la bottiglia in frigo, ne ha stappata un’altra ed è lì che aspetta.

 

Ordem e Progesso vol. II

Ordem

Paz Moreno Foto Brasiliane Nude

Progresso

ORDEM E PROGRESSO by Shameless

 

Non è che ne abbia una gran voglia, anzi, quasi per niente. Ma l’Editore scalpita e si agita in pieno climaterio. Un contentino devo darglielo, in fondo è una brava persona.

Così oggi scriverò del Brasile, Stato popolato nell’immaginifico tardo-maschio-latino da branchi di gnocche allo stato brado.

A dirla tutta, questa nazione facente parte dell’ormai abusato BRIC, ha ben altro da offrire. Nell’ordine

  • la Foresta Amazzonica. Dal nome è nato il grande fraintendimento che sia popolata da femmine freccia-munite.
  • Il Carnevale
  • Favelas visitabili per far vedere al resto del mondo quanto siano state ripulite e de-criminalizzate.
  • Clima tropicale tutto l’anno, compresa la pioggia e l’elevato tasso di umidità
  • Ciabatte multicolori orrende, di cui ho scordato il nome.
  • Capirinha, cocktail di notevole potenza, mascherato da lollipop liquido. Micidiale!
  • Calciatori eccelsi.
  • Gisèle Bundchen, modella di fama internazionale fornita di una mezza dozzina di sorelle, tutte bone. Non abita qui, ma è un simbolo fuorviante della bellezza femminea national.
  • Una delle cinque baie naturali più belle del mondo. Purtroppo incorniciata da orribili palazzoni.
  • Un Cristo a braccia aperte sul cucuzzolo di una collina stretta.
  • Una musica seducente che trascina a movimenti del fondoschiena con crescendo di vibrazioni.

Ci sarebbe tanto altro, ma questo è un blog vinoso e quindi, restringendo il campo d’azione, oserei dire che l’offerta enologica migliore o’ Brasil a tutt’oggi è

MALBEC ARGENTINO, a prezzi competitivi.

Tutti i vini extra Sud America qui sono penalizzati da tasse altissime, cosicché se si vuole bere bene e a volte benissimo, accompagnando l’immancabile fasolada, la carne eccellente di manzo o maiale e persino il baccalhao cucinato comunque sia, la scelta più azzeccata è questa.

In base alla mia esperienza diretta e completamente parziale consiglio due cantine produttrici :Luigi Bosca e Trapiche. Sfornano quantità numerose di bottiglie e non si limitano al Malbec, ma questo vino è quello che marca di più la differenza dai vini europei e anche da certe esagerazioni del Nuovo Mondo. A volte è sorprendentemente buono e beverino, pur conservando notevoli bolas olfattive

. Non è comunque un vino per signorine o fighettini delicati, bensì per gauchos ed amazzoni.

Uomo avvisato…non segue mai le mie indicazioni, e poi si pente.

Oggi nell’ambito eno-anatomo-scientifico delle nostre dissertazioni parleremo di dimensioni. La lezione riguarda solo la sfera femminile perché siamo ben consapevoli che l’argomento “dimensioni” relativo al maschio è scottante e non interessa la maggior parte dei nostri affezionati lettori.

Una donna che nasce alta e alta continua ad esistere nei suoi anni scolastici viene confinata in fondo alla classe, rimanendo comunque visibile alla Prof quando bisbiglia, copia o si addormenta durante la spiegazione di un teorema. La meschina viene sempre scartata dal figo di turno fornito di stinchetto italico. Le capita spesso di non saper cosa fare dei piedi e non riesce ad trovare un paio di pantaloni che giungano al punto vita. Se ha qualche chilo di troppo diventa un donnone. Se è magra ricorda Olivia, la fidanzata di Braccio di Ferro. Può incutere soggezione, rispetto, persino ammirazione, mai tenerezza. Ha più probabilità di rimanere zitella.

La donna bassa è sempre piccola, mignonne, petite. Si nasconde in classe e fa quel che le pare. Ha un raggio ben più ampio di scelta del maschio, ne ispira il senso protettivo e così lo frega sempre. Se è grassa è una pallina, se è magra, uno scricciolo.

In campo enoico ci sono delle similitudini.

Il vino in confezione Magnum, o doppia Magnum è sicuramente molto appetibile come regalo natalizio. Di solito è rosso e destinato ad un lungo invecchiamento. Non sai però dove metterlo, aspetti sempre l’occasione giusta per aprirlo e anche di avere i convitati in grado di apprezzarlo. Così rimane in cantina ad inzitellirsi.

Il vino nella mezza bottiglia può presentarsi come la feccia da autogrill, ma in questo caso l’accostamento è più con una scimmietta da circo*che con la famme fatale concentrée.

A quest’ultima corrisponde pienamente invece la 375 di un vino dolce e prezioso, come il Sauternes già citato su questo blog o un Passito di Pantelleria., per non parlare dell’Icewine, Recioto, Vinsanto e così via.

E’ soprattutto il vino siciliano che mi suggerisce la perfetta combinazione “donna piccola e fatale, vino uguale”.

Non sto parlando solo di QUELLO, chiodo fisso dell’Editore, che sarà anche immutabilmente buono, anno dopo anno, ma non esprime l’autenticità del femminile mediterraneo concentrato in pochi sorsi. Ce ne sono di ben altri, basta rivolgersi all’enotecaro di fiducia. Io ne conosco uno e ne rivelerò il nome solo privatamente. Questo è un blog che rifiuta qualsiasi commistione pubblicitaria.

Si accettano Magnum però, che volete, sono votata all’altezza perenne.

* Rivolgo le mie scuse a qualsiasi associazione per la dignità delle scimmiette da circo e anche al Signor Autogrill.

Wine Coach by Shameless

Sembra incredibile ma in gran parte del mondo che si proclama civilizzato ci sono milioni di persone che non sono in grado di scegliersi un vestito, comprarsi un paio di scarpe, impugnare una forchetta, scegliere cosa ordinare al ristorante. Di solito risiedono negli USA e hanno abbastanza soldi da spendere per pagare un gran furbone/a che li prende per la manina e li transita nei meandri dell’esistenza consumista, l’unica per loro che valga la pena di essere vissuta.

La fascia più alta decide che è l’intera loro vita ad essere bisognosa di una guida esterna. Da qui la proliferazione di Life Coaches che ti insegnano come non finire sotto i ponti o in una casa di cura lussuosa.

Purtroppo non abito da quelle parti, sarei ricca, milionaria, billionaria e felice di sfogare il mio sadismo facendomi pagare soldoni.

Così mi limito ad un’attività gratuita di Wine Coach in questo blog sgangherato.

I consigli per questo inizio settimana primaverile sono pochi ma vanno tenuti da conto

1)      Non bevete alcol a pranzo. Con lo yogurt sfigato di Alessia Marcuzzi che vi siete portati in ufficio per sgonfiare la panza dopo l’abbacchio domenicale persino un prosecchino da ragioniere ci fa a cazzotti.

2)      Se siete invitati ad un compleanno infrasettimanale presentatevi con una bottiglia dai 20 euro in su. E’ per questo che vi hanno invitato. Niente rosso, non so come mai in aprile tutti cominciano a concupire solo vino bianco.

3)      E’ il momento di rinnovare il guardaroba. Lo stesso vale per la cantina, aggiornate il suo contenuto con 6 bottiglie per tipo delle nuove annate dei vostri preferiti, appena messi in vendita dalle cantine.

4)      Per fare quanto illustrato al punto 3) fregatevene dei giudizi apparsi sui blog di espertoni. Comprate dagli stessi da cui vi siete riforniti negli anni passati, se l’avete fatto per qualche anno vuol dire che vi piace quello stile e quel produttore e che vi fidate.

E per finire ricordatevi sempre che uno o due bicchieri di vino sono un prologo non un epilogo.

Se non avete capito per che cosa

ci pensa Endovinosa

con un aiutino

che va oltre il vino.

Blade Runner

La bionda signora sul Rav4 è in ritardo per la permanente del giovedi.  Io sono in ritardo per il pranzo di lavoro.

Ma la signora incurante delle mie segnalzioni ottico acustiche si ostina a telefonare per rimandare l’appuntamento con la sciampista  e nonstante il semaforo dia  via libera da circa 3  nanosecondi distratta non accelera.

Io sterzo  con manovra spericolata  superando la giapponese nerofiammante ma freno bruscamente perchè un marocchino, operatore del lunotto termico evasore fiscale e lavoratore precoce,  accenna  la mossa del vetril.   Ma si blocca immediatamente,  intuisce che è meglio stare alla larga dal mio parabrezza.

Devo fare 135km in 1 ora evitando nell’ordine autovelox mobili, tutor e mandrie di camionisti ungheresi che su tir stracarichi cercano la rissa sull’A1.

Non capisco perchè  il sindaco della BigApple lombarda non costruisca una corsia preferenziale Alto Fatturato e Partite Iva che mi permetta di  continuare ad essere un acceleratore di Pil.

Finalmente imbocco la tangenziale est km zero a San Donato Milanese.

Ora solo Dio o la Polstrada potranno fermarmi.

Arrivo in modalità milanese al ristorante di Parma con un anticpo sui tempi di 4 secondi e pochi decimi.

I miei ospiti sono ovviamente in ritardo, qui al sud la puntualità è un concetto filosofico superato.

Ne approfitto per ordinare il vino che a prescindere da quello che mangeremo sarà una mia responsabilità.

Scelgo Andrea Arici  dosaggio zero.

Mai assaggiato.

Solo a leggere dosaggio zero mi provoca salivazioni intense e  un aumento di libido.

Una rivelazione, 13 gradi di elegante brutalità e profumi intensi. Finalmente un Dry che non è solo dichiarato sull’etichetta.  Un vino che fa della prepotenza una religione.

E berlo m ricorda la prima volta che ho ravanato nelle mutandine di una mia compagna di scuola.  Sensazione unica di godimento.

 

 

 

 

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